il graal

 

 

 

premessa sui simboli

 

prof. dott.Nazzareno Venturi ©

(ogni trascrizione completa o parziale dei saggi presenti sul caravanserraglio,  provenienti da pubblicazioni protette da copyraght, può essere fatta solo tramite autorizzazione - il presente testo è stato pubblicato col permesso dell'autore-)

 

Il tema della “cerca” nel modo cristiano è rappresentato dal Graal ma ad un esame più approfondito la base letteraria ci riporta ancora in Oriente, in quanto  la narrazione di Chrètien e di Wolfram non hanno un’ambientazione celtica o britannica. Per trovare le fonti l'indizio più eclatante sta nei nomi degli animali e delle persone e negli usi e costumi, tipici dell'area tra l’Iran e l’Afghanistan laddove la letteratura sciita racconta dell'occultamento del Mahdi. Da qui la ricerca di rimettersi in contatto con il discendente del profeta volontariamente celatosi dallo guardo degli uomini. Il suo rientrare in una realtà spirituale, secondo le leggende, non gli ha impedito di continuare a interagire con questo mondo fino a quando ritornerà.

La cerca di un oggetto simbolico cela in realtà quella dello spirito. Forse nessun essere umano si sente un soltanto un animale che vive solo per mangiare, bere e duplicarsi.

 L'Aldilà è indicato da tutte le religioni con simboli ma essi sono ben lontano dal rappresentare una realtà che sfugge ad ogni categoria ed immagine fenomenica. Nel Corano il paradiso è dipinto come un giardino in cui scorrono fiumi di latte e dove miele, frescura e la compagnia di splendide Uri sono il premio per l'eletto (mentre l'inferno è caratterizzato dalle classiche fiamme e torture ai dannati) ma è lo stesso Libro a ricordare più volte che si tratta solo di simboli e non di riproduzioni (...fotografiche, diremmo noi, per intenderci) come a dire di non confondere il dito che indica la luna con la luna stessa. Nel Vangelo Gesù paragona l'inferno alla Geenna (deposito di spazzatura da incendiare) e il regno spirituale al cielo (da cui le immagini cristiane del paradiso sulle nuvole con angioletti con tanto di cetra) ma egli parlava per parabole, favole, simboli per l'appunto ..." tanto per dare un'idea..." D'altro canto, ogni testo si presta a diverse letture in quanto i suoi piani di profondità possono essere svelati in rapporto alla saggezza di chi legge. E ciò può essere detto di ogni libro e a maggior ragione per quelli sacri. I sufi, per esempio,  spiegando i versetti del  Corano sono riusciti a disincrostare il linguaggio da ogni grossolana terrestrità (nell'umanamente possibile) mantenendo peraltro una limpidezza e semplicità unica che lascia trasparire diversi livelli interpretativi dei quali, l'apparente, è quello normalmente percepito come logico-descrittivo. Tutta la buona letteratura sufi esemplifica tale ricchezza. Oltre i libri anche le vicende umane richiedono di essere passate a un vaglio critico per capirne sempre di più le ragioni.

Se sono inadeguate le immagini per descrivere l'Aldilà figuriamoci quando si tratta del Divino. Ogni immagine per quanto elevata sarà non solo inadeguata ma assai lontana dal descritto in quanto essa è finita mentre il suo rifermento è infinito. Anche il Tao Te Ching premette subito che il Tao (Dio) è oltre ogni definizione, non ha nome. Tuttavia si rivela in modo metaforico nei detti sapienziali, nella natura stessa, nella vita come ricorda il Corano, che  con elevatissima poesia dice: "Dio è la luce dei cieli e della terra. La sua luce è simile a una nicchia in cui si trova una lampada. La lampada è in un vetro simile ad un astro sfavillante che si accende grazie ad un albero benedetto: un olivo che non è né d'oriente né d'occidente e il cui olio brillerebbe senza che un fuoco lo tocchi o poco ci manca. Luce su Luce. Dio dirige verso la sua luce chi egli vuole. Propone agli uomini parabole. Dio conosce perfettamente ogni cosa" (XXIV-35).

La luce è energia e di essa si alimenta ogni essere esistente. Per quanto essa sia ovunque gli uomini hanno cercato di rappresentarla in qualcosa in particolare, a cominciare dal Sole, massima divinità. Ma anche simboli come l'arca dell''Alleanza, rappresentano la custodia della luce divina, la potenza del suo Verbo. Così il sacro Graal.  Una leggenda medioevale vuole che Giuseppe d'Arimatea avesse raccolto il sangue di Gesù, sgorgato da una ferita, in un catino. Da qui l'epopea che vede i cavalieri della tavola rotonda di re Artu alla ricerca del prezioso souvenir capace di concedere l'eternità (da intendersi in senso eckartiano: vita sub specie aeternitatis) . La saga continuerà anche con Indiana Jones sulla pellicola filmica in un contesto in cui la ricerca del sacro catino era parallela a quella dei nazisti, notoriamente abbagliati dall'idea di incarnare nella Germania tutti i miti disponibili sul mercato dell'occulto (compreso quello di Agharti). Il mito di base è quello del sangue divino che una dinastia od una "etnia" (una volta chiamata impropriamente, in modo animalesco, "razza") porterebbe. Alcuni hanno perfino ipotizzato che dietro la ricerca del graal ci sia un fantasioso albero genealogico risalente ad una presunta prole di Gesù (vedi di Baigent, Leight, Lincoln "Il Sacro Graal" Mondadori e il celebre Codice da Vinci di brawn). Ma all'origine dell'idea di questa coppa, aldilà dei significati gnostici aggiunti, potrebbe esserci semplicemente un rito sufi,  esteso anche alla cavalleria islamica (la Futuwah) in cui l'iniziazione era conferita da uno shaikh  attraverso un brindisi in una coppa speciale (kas-ul-futuwah), la coppa dei cavalieri che si ritroverà anche tra i templari.

Ma da dove deriva questo senso di eternità provato dai mistici (il samhadi, l'estasi...) e che stravolge la loro vita? Momenti di una qualità così elevata che essi non scambierebbero con cumuli di ere passati nel sentire comune. Tutti hanno provato momenti in cui la loro attenzione è stata catalizzata da un piacere fisicamente intenso come quello sessuale o almeno del cibo. In quel mentre tutto il resto diventa secondario ma soddisfatto il bisogno anche il godimento scompare.

Ancora più forte è il legame affettivo che permette di superare il limite dell'ego e del suo senso istintivo di sopravvivenza. Ossia non si pensa più solo per sè. Lo stare vicino alla persona cara (un legame  possibile anche tra specie diverse) offre una gratificazione interna fortissima tanto è vero che quando vengono a mancare questi riferimenti emotivi lo smarrimento, il senso di vuoto che segue è difficile a sopportare. L'attaccamento che unisce la madre al figlio e di una coppia  porta alla base il bisogno di perpetuare la specie avvertita più importante che la propria singolarità.

L' istinto riproduttivo è quello che spinge un maschio mantide religiosa a sacrificare la propria vita per l'accoppiamento. Negli animali a sangue caldo e in particolare nei mammiferi in possesso di un sistema cerebrale limbico, questo pulsione si lega ad emozioni altrettanto potenti, e sono quelle che spingono una madre a dare la vita per il difendere il proprio figlio. In natura le madri per difendere i piccoli dai predatori devono usare tutta l'intelligenza che possono studiando tane sempre più difficili da essere scoperte e strategie di distrazione, come quei volatili che fanno finta di avere un'ala spezzata per richiamare l'attenzione su di sè e allontanare il predatore, stessa strategia adoperata da diversi erbivori come le alci quando simulano di zoppicare.  Mi aveva impressionato un documentario in cui una madre di pinguino lottava in modo straziante e senza speranza contro un'aquila delle nevi per difendere il suo piccolo. Il legame affettivo tra madre e figlio diventa più pressante di quello della salvezza individuale. Una volta trovai un grosso riccio nel giardino di casa mia, decisi di riportarlo nel bosco per evitare che facesse una brutta fine sotto una macchina nella strada vicino. Poichè era  tardi lo misi in cantina ripromettendomi di farlo l'indomani mattina. Quando tornai vidi un piccoletto che grattava alla porta e senti il raspare della madre dall'altra parte...una volta tornati insieme trotterellarono dalla parte giusta donde erano venuti. Questa fu anche una lezione per me: talvolta si interviene con certezza di fare del bene ma si fa invece il contrario.

 Il legame di coppia ha la stessa valenza, programmato per la sopravvivenza della specie diventa più importante di sè. Sono stati documentati casi di mammiferi in cui morto il partner l'altro si lasciava morire di inedia. Tutto questo significa che l'individuo può dilatare il suo sentire oltre se stesso, anche per la salvezza del branco (come succede tra gli insetti della vita comunitaria). Il gruppo nell'uomo diventa lo stato, o chi condivide la stessa ideologia politica o religiosa, ma la pulsione originaria è identica: la sopravvivenza della specie.

 Se tutta una serie di racconti disneyani hanno umanizzato gli animali fino al punto di falsare la realtà è anche vero che diversi scienziati, per evitare questo meccanismo proiettivo, hanno finito per cadere nell'eccesso opposto come se gli animali appartenessero a un'altro mondo: alla base di ogni vivente ci sono gli stessi meccanismi biologici e le stesse sensazioni seppur nelle molteplici modificazioni evolutive. Esiste anche la paura di riconoscere l'animalità umana dovuta a secoli di perversioni ideologiche, soprattutto in occidente, dove le pulsioni naturali sono stata identificate col male, cose "sporche" a cominciare dalla sessualità. Uno dei bellissimi libri del veterinario inglese  James Herriot dedicato ai gatti finisce con un racconto in cui una gatta semirandagia porta prima di morire il suo cucciolo in una casa dove ogni tanto, guardinga, faceva capolino per mangiare qualcosa e scaldarsi un po'. Sembra ovvio il perché. Nonostante ciò c'è il timore di ammettere  di attribuire a un animale una scelta che si vuole esclusiva della specie umana. Tantissimi comportamenti umani sono invece in continuità con quelli animali anche se più complessi data la continua inferenza culturale che la caratterizza (a cominciare dalle prime ingiunzioni genitoriali su cosa è giusto fare, cosa è vergognoso, cosa è  bene eccetera). Indubbiamente nell'uomo si è creata una dissociazione tra natura e cultura, tanto si è guadagnato ma tanto si è pericolosamente perso.

 In qualche modo, con meccanismi ancora scientificamente non del tutto chiariti, tutti i viventi sanno   regolamentare le nascite in rapporto alla situazione ambientale. Salvaguardano insomma la loro nicchia ecologica. Le riduzioni di una popolazione non avvengono semplicemente perché c'è carenza di cibo ma per prevenirla. Nell'uomo questo processo funziona male e parzialmente (le calamità naturali fanno aumentare notevolmente le nascite, una direttiva inconscia per compensare i morti)  come  se non riuscisse più a comprendere "istintivamente" che la sopravvivenza della sua specie è legata a quella dell'ambiente in cui vive.  L'intelligenza artificiale Matrix, nell'omonimo film, paragona l'uomo ai virus (i primi e gli ultimi nella scala evolutiva): si diffonde in un ambiente, lo distrugge e ne cerca un'altro...L'uomo per ritrovare l'armonia col giusto istinto ha bisogno di una rielaborazione razionale e culturale, di riprendere la consapevolezza che la vita del pianeta con le sue foreste e i suoi animali è più importante non solo del singolo ma della propria specie: distrutta quella non c'è più destino per me e per i miei simili.  Ogni particolare dipende dall'insieme e l'uomo è parte di un tutto. E' una questione anche di  sensibilità non solo di calcolo: si chiama amore per la vita, per l'umanità, per tutto. E' naturale e i mistici affondano nel sentimento primordiale, totalizzante dell'essere, nel legame con l'universo intero. l'infinito rende infinti, l'eterno rende eterni. E' il Sè di ogni io e di ogni creatura. Chiamiamolo Dio. Non si può non gravitare intorno alla Sua Presenza. Per questo dice il Corano che Dio è più vicino all'uomo della sua vena iugulare.

Le antiche religioni pagane creavano immagini antropomorfiche del divino per dare un qualcosa di concreto all'uomo da adorare, spesso era il capo del gruppo ad essere considerato Dio o figlio di Dio (il faraone, l'imperatore romano e giapponese etc.) Eppure, dalla Grecia all'estremo oriente diversi saggi  fondatori di filosofie e religioni raramente in linea col senso comune (si pensi a Mosè quando ritorna dal Sinai e trova il suo popolo intento ad adorare un toro) avevano già da molti secoli prima di Cristo superato le idolatrie verso gli animali sacri, gli astri, il capo, il territorio del clan, il totem della propria tribù (patria). Erano insomma andati oltre il sistema di credenze, usi e costumi (l'ideologia ed il folklore) della famiglia nativa.. Anche se questi limitati valori dei primitivi riemergono tristemente dall'inconscio provocando razzisimi, odi, guerre, come la storia recente dimostra, il loro carattere potrebbe alla fine diventare recessivo a tutto vantaggio della conservazione della specie umana su questo piccolo pianeta.

Certe classi sacerdotali e nobiliari (anche tra gli amerindi) si sono estinte per via delle procreazioni incestuose. Fino a questo punto suicida arrivava l'adorazione del proprio sangue! Nelle artificiose teorie razziste (documentate dai manifesti fascisti della Germania e dell'Italia) i meticci (figli di genitori di diverse etnie) erano considerati essere inferiori quando invece, venendo assicurata una buona correzione genetica, risultano in genere più sani, così come dall'incontro di diverse culture ci può essere solo arricchimento. A simili storture arrivava il mito del sangue, dell'idolatria del clan, dell'esaltazione della propria terra fino a farne una questione spirituale. Questo per indicare come le simbologie possano veicolare regressioni e perversioni: il simbolo di per sè non è nobile ed elevato, può anche richiamare le peggiori perversioni e stupidità. Da un cartello stradale alle bandiere coi colori della squadra sportiva alle parole stesse che usiamo (segni convenzionali che rimandano a oggetti e concetti) tutto è simbolo. I simboli spirituali poi possono essere intesi in modo gretto o deviato oppure, colta la loro universalità possono permettere di appetire a elevati concetti ed intuizioni del divino. Nell'essenza di ogni religione, filtrata la fede dall'impasto normativo e dogmatico particolare, emerge che uno è il sangue, una è la terra,  uno è Dio. Così i maestri sufi e i saggi d'ogni tempo e luogo. Vedendo le cose dall'alto, dove l'aria è pura ed i confini quasi si perdono all'orizzonte è possibile cogliere i particolari sottostanti, le diversità nella loro bellezza evitando di fare di esse un culto.

Diversi sono i popoli ma il fatto di essere umani li affratella necessariamente in una terra che è di tutti oltre i ridicoli confini ("zo we zo"in un dialetto africano significa "un uomo è un uomo: così inizia il libro di Luca e Francesco Cavalli-Sforza, Chi Siamo,Mondadori, dal quale risulta chiaro come tutti gli uomini siano meticci). Diverse sono le religioni ma uno è il loro fine: rendere possibile all'uomo riscoprire il suo principio  che si manifesta e si fa capire soltanto col cuore. Già Salomone diceva: i cieli e i cieli dei cieli non Ti possono contenere;quanto meno lo potrà questo tempio (simbolo degli aspetti cultuali, dogmatici ed ideologici di una religione) che ho costruito ! (1RE 8,27 ).

Ed allora le strade sono due: o si continua di malanimo a litigare per le differenze e per i particolari con chi, della stessa pasta, fa di questi un motivo di vita, o si va oltre gli idealismi del limitato e si impara a camminare liberamente e con concretezza nella realtà lasciando al passato gli angusti sentieri tracciati da concezioni e motivazioni ideologiche coercitive (copionizzazioni e stereotipi, il tramandato inconsapevole, , come quelle strade romane in cui il continuo passar di carri ha creato dei solchi, piste obbligate ...). Geni recessivi a parte, il nuovo millennio in occidente (1421 islamico, XXVII secolo buddhista), c'è motivo per credere, estenderà questa consapevolezza ben oltre l'elite di scienziati, artisti, politici ed uomini colti illuminati. Il buon senso continuerà, tra le ombre od in piena luce, a vincere. La terra promessa l'abbiamo sempre sotto i piedi dovunque siamo e il cielo sulla nostra testa dovunque andiamo ma per accorgersene non basta guardare in basso od in alto ma nel punto mediano, dentro, dove il "vedere" si fa "sentire".


 

 



IL CARAVANSERRAGLIO